AMARGA NAVIDAD
GIOCO DI SPECCHI
UN ALMODOVAR
CONFUSIONARIO

di MASSIMO CECCONI


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Premessa.

Tra il 2004 e il 2026 si incrociano e intrecciano storie vere o presunte tali, rielaborate o reinterpretate in un’altalena di situazioni che contemplano tragedie, dolori, affetti, indifferenza e confusione. Tanta confusione. Sarà forse per questo che il Natale risulta alquanto amaro.

Anno 2004. Elsa (Bárbara Lennie) è una giovane regista che, malgrado abbia realizzato solo due film, è già considerata di culto. Per campare però, tra un atroce mal di testa e un attacco di panico, dirige spot pubblicitari e convive con Bonifacio che di mestiere fa il pompiere ma che arrotonda lo stipendio esibendosi in striptease alle feste di nubilato.

Sconvolta dalla morte, per altro annunciata, della madre, viene ricoverata in ospedale, si fa visitare da una psichiatra, cerca di consolare un’amica tradita dal marito e un’altra che ha perso tragicamente il figlio.



Ben presto si scopre però che tutto ciò appartiene alla fantasia di un famoso regista in crisi creativa che sta lavorando alla sceneggiatura del suo prossimo film.

Anno 2026. Raúl (Leonardo Sbaraglia), nella sua bella e ricca casa, mentre cerca di trovare argomenti convincenti per la sua trama, battibecca con Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), la sua storica assistente e amica, alla vita della quale, suo malgrado, ha carpito alcuni episodi per trasformarli in racconto.



Realtà e fantasia si mescolano senza che mai decolli la potenza coinvolgente della narrazione, inficiata anche da pause e sospensioni che non giovano affatto alla causa.

Sui titoli di coda, Raúl è ancora alla ricerca di un degno finale al suo film…



Tra Madrid e Lanzarote, dove i paesaggi sono di sicuro effetto e conforto visivo, i personaggi si rincorrono senza che mai avvenga una vera empatia espressiva nei contrasti e nelle reciproche vicissitudini, in una prova attoriale che non si eleva dalla norma.

Se si può apprezzare la confessione scoraggiata dello stesso Almodóvar, alle prese lui stesso con una crisi di creatività credibile, manca però l’afflato ispirato e la potente corrosività protagonista di alcuni suoi film precedenti.



Basti ricordare lo scoppiettante “La legge del desiderio” (1987) o il coinvolgente “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” (1988) e non ritrovarne qui traccia alcuna.

Nel suo apprezzato rigore, “La stanza accanto” (2024) ci aveva persino fatto scoprire un autore con uno spessore umano tutt’altro che banale.



In “Amarga Navidad” esistono certo il consueto codice dei colori, musiche cupe, con rimandi al cinema d’autore del secondo ‘900, e canzoni struggenti e malinconiche. E il melodramma è sempre lì dietro la porta.

Film confuso e inutilmente ingarbugliato (a Milano si direbbe un “carpogno”), a tratti persino noioso (durata 111 minuti) e scontato.



Divertente e divertita la presenza in un cameo un po’ gonfiato di Rossy de Palma che di Almodóvar è stata complice in alcuni dei suoi 24 film a partire da “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”.

Presentato in concorso al Festival di Cannes non ha raccolto alcun premio e anche gli incassi al botteghino sembrano essere limitati.

In presenza di una crisi di creatività fuori e dentro lo schermo, si ha la sensazione di trovarsi davanti a un gioco di specchi che riproduce un po’ meccanicamente la realtà e il suo contrario all’infinito. Ripetitivo.

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