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“Backrooms”? Più di un retrobottega, poco meno di un inferno. Nel sapido e intrigante film fanta-horror del californiano ventunenne (sì, avete letto bene) Kane Parsons, le Backrooms sono un labirinto infinito con cunicoli e cameroni deserti, stretti passaggi e minacce incombenti. Un “non luogo” creato dall’inconscio? Una dimensione parallela? Diciamo un altrove mentale e fisico ideale per inghiottire esseri umani. Se mai vi capitasse di oltrepassare un muro come fosse una nuvola di fumo e trovarvi in un mondo alieno e pure familiare, non fatevi prendere dalla curiosità e tornate in tinello. Clark (l’inglese Chiwetel Ejofor), forse perché sta vivendo un momentaccio sul piano affettivo - è stato lasciato dalla compagna - e lavorativo - il suo grande magazzino di mobili discount nella Valle di Santa Clara a San Francisco è un fallimento - ci si tuffa, crede di poter evadere impunemente in una zona liminare, al diavolo tutto, compresa la puntigliosa psicologa Mary Kline (Renate Reinsve), presto coinvolta nell’esplorazione proibita. E qui serve un po’ di contesto.
Il giovane regista ha trovato in A24, casa di produzione indie ma robusta (“Beau ha paura”, “Civil War”, “La zona di interesse”, “Marty Supreme”), il partner migliore per trasporre in un film di 110 minuti la sua serie web di successo basata, appunto, sulla leggenda metropolitana/internettiana delle Backrooms, stanze sul retro o nascoste, che siano soffitte, cantine, fabbriche abbandonate, perno narrativo per storie paurose e impossibili, dove luoghi di confine (il vuoto versus il pienissimo consumista-distruttivo) si fanno soglia di misteri. Meglio di tutti funzionano come Backrooms le zone abbandonate, tipiche di un day after, o in genere molto affollate, come uffici o aeroporti, ma incautamente visitate nelle ore di chiusura. Nascono lì e diventano virali sul web storie oscillanti tra horror e thriller note negli Usa come “creepypasta”, creepy cioè terrorizzanti e copypasta come i testi copiati e incollati più volte nei forum. Filmati brevi e scarni, comparsi per la prima volta sul canale 4chan nel 2006 e assurti col tempo a fenomeni seguitissimi di “folklore digitale”, molto apprezzato dalla generazione Z dei nativi - appunto - digitali. Come Kane Parsons.
Da quando aveva diciassette anni ha iniziato a pubblicare brevi storie spaventevoli intitolate “The Backrooms (Found Footage)” sul suo canale. Found footage (letteralmente: filmato ritrovato) sta per riprese girate con camera a mano e fatte passare come reperti autentici, materiali video, riprese scoperte dopo anni. Un genere molto pop e amatoriale capace di conquistare le vette del successo nel ‘99 con “The Blair Witch Project” di Daniel Myrick e Eduardo Sánchez, ottanta minuti di riprese con camera a mano da brividi veri. Il found footage del caso erano i resti di un documentario realizzato da tre studenti universitari per raccontare la leggenda di una strega settecentesca del Maryland. Una ragazza e due ragazzi puntualmente destinati a una brutta fine che i brandelli di doc rimasti suggerivano, con rumori stranianti e primi piani di occhi terrorizzati, un’ellissi narrativa che tramutava l’assenza in drammatica inquietudine.
L’effetto c’è pure in “Backrooms”, Parsons apre il film, giusto risalendo alle origini del genere e della sua serie web, con un prologo found footage in vhs di Clark , già finito in grossi, grossi casini. Sbandamenti e corse a vuoto lungo muri giallini, cumuli di abiti smessi, piramidi di mobili. Aleggia una presenza molto simile a un castigo. Poi attacca il film, un lavoro con tutti i crismi cinematografici, stacchi, primi piani, esterni/interni e un set enorme, di quasi tremila quadrati per un Altrove di corridoi e passaggi scoscesi, porte a mezza altezza rispetto alla parete, a volte con pavimenti inclinati, a volte con pezzi d'arredamento che sprofondano nel pavimento più false prospettive alla Escher. Sogni? Riemersioni dal profondo dell’anima di Clark? La sua vita abituale non è un bijoux, la rivendita di mobili, la Cap'n Clark's Ottoman Empire, è squallida, con pochi pezzi d’arredamento, lui stesso si traveste da pirata per tristissimi spot, girati dal suo commesso Bobby (Finn Bennet), fidanzato con Kat (Lukita Maxwell), pure lei collaboratrice del titolare, rassegnato a dormire in negozio.
Una notte le luci si accendono da sole e Clark, mentre si aggira vicino al quadro comandi, scopre la parete-valico. Tornato dalla prima scampagnata nell’altro universo invita Bobby e Kat a farsi un giro e tutto precipita secondo i canoni del genere, inseguimenti, perlustrazioni e strizze sono giocate con bella padronanza dei mezzi di ripresa. Insospettita dall’assenza di Clark alle sedute di psicoterapia, la dottoressa Kline va al magazzino e oltrepassa a sua volta la fatidica parete trovando più di una versione della sua casa da bambina, con tanto di madre che la tiene reclusa dopo una qualche apocalissi. Seguono fantasime, apparizioni, aggressioni. Si salverà? Il dottor Phil (Mark Duplass, regista indipendente classe ’76 qui impegnato in un amichevole cameo), medico della Async, in passato un’azienda medica, tenta uno spiegone finale. Lavora per mappare il perimetro dell’Altrove ma sembra che non ci speri davvero anche perché la Zona si modifica a seconda di chi la esplora. Una semplice proiezione mutante dei “visitatori”? Il sangue scorre però…
Il giovane Parsons ha dei numeri, il cast funziona (la norvegese Renate Reinsve, presente “Sentimental Value”?, è di un’altra categoria) e tutta la crew, nessuno escluso, merita applausi, il montatore Greg Ng, Jeremy Cox alla fotografia, Niketa Roman agli effetti speciali, il canadese Edo Van Breemen alle musiche, concepite insieme a Kane Parsons, un talento vero. Lo scenografo Danny Vermette, specializzato in horror, ha colto la suggestività di un centro commerciale abbandonato, gravido di un’inquietudine surreale: “iI luoghi familiari - ha detto - prendono, da vuoti, un nuovo significato”. E il set decorator Trevor Johnston ha fornito un contributo fondamentale scegliendo accuratamente alcuni dei tessuti e degli arredi più antiestetici degli anni ’90.
“Backrooms”, al di là della buona riuscita cinematografica, è il commovente, divertente, straziante messaggio di una nuova generazione made in Usa che si reinventa per gioco (e disperazione) luoghi della mente lontani da un quotidiano usurato e davvero liminare (così strepitosamente narrato da Thomas Pynchon, Don DeLillo, David Foster Wallace ), in deriva oltre l’umano o in viaggio verso il puro nonsenso. A un sistema in via di scollamento e abitato da paranoie - considerare qualsiasi discorso di Trump, per favore - la Generazione Z risponde incubando nuove idee, anche artistiche, creando reti, linguaggi. E non risparmiando i toni del grottesco, molto nelle corde di Parsons: in un enorme salone dell’Altrove, si staglia un albero di Natale con le luci intermittenti, il silenzio rotto appena dalle note di “Feliz Navidad” di José Feliciano. E questa è classe.
Il pubblico giovane, globalizzato e digitale ha risposto strabene negli Usa, e pure qui da noi. Distribuisce I Wonder Pictures di Andrea Romeo, un fedelissimo, a ragione, dei “prodotti” A24, di cui “Backrooms” è il maggiore successo, con una marcia decisa verso un box office mondiale oltre i 150 milioni di dollari.