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Fluviale e surreale, struggente e seduttivo, "Resurrection", terzo lungometraggio del trentaseienne cinese Bi Gan, affida al cinema come macchina onirica l'ultima frontiera resistente contro il disseccamento della memoria storica e l'omologazione spacciata per felicità. Motivi incandescenti per un artista nella Cina contemporanea, riversati in un gioco di stordente immaginazione e altissima tecnica allestito in un futuro distopico dove gli uomini non sognano più. O meglio, non hanno più la libertà di sognare.
Unico rimasto, celato agli occhi del mondo, è un giovane, demonizzato Delirante (Jackson Yee) e tale definito perché in fuga dalla realtà, inseguito pure nel lungo sonno da un Comandante-investigatore (Mark Chao), mentre una Madre (la splendida Shu Qi) riesce a scovarlo e a leggerne le tracce oniriche, fluttuanti tra Novecento cinese e scintille di cinema, dal reimmaginato "L'arroseur arrosé" dei fratelli Lumière, prima scheggia filmica del 1895, alla rielaborazione della sparatoria nel labirinto di specchi coniata dal genio di Orson Welles per il noir "La signora di Shangai". Riassumere l'ambizioso "Resurrection"? Tanto varrebbe redigere un elenco lungo e inutile di immagini-suoni-cromatismi, ciascuno spettatore, ammesso che si conceda per 156 minuti a quanto è proiettato, potrebbe spremerne una varietà infinita di suggestioni diverse.
Un film - ottanta anni fa lo ha spiegato, tra i primi, Hitchcock nelle celebri scene dipinte da Salvador Dalì e Cameron Menzies per "Io ti salverò" - è in sé ottima materia da sogni, frutto com'è di immagini, di un'illusione di realtà. Chiama associazioni, impressioni libere e personali, al pari, appunto, dei sogni: passeggiando per una strada assolata vediamo tutti più o meno la stessa cosa, nel buio della sala o dormendo ciascuno "vede" a modo suo. Meglio restare all'esoscheletro narrativo, per quanto è possibile. Il Delirante sogna un antico monastero, stanno portando via tutte le statue del Buddha. Cade la neve ed è afflitto da un forte mal di denti, un dolore che si incarna in figura umana prodotta dalla sua mente sullo sfondo di vecchie pietre, un'area sacra in disarmo che rimanda all'apocalissi di un materialismo eretto a legge. Bi Gan, poeta oltre che regista e factotum (suoi il soggetto, la sceneggiatura insieme a Zhai Xiaohui e il montaggio con Bai Xue) sottolinea le scene con massime e aforismi, a partire dall'iniziale "L'umanità ha finalmente scoperto la via per giungere all'immortalità, conseguita non appena gli individui hanno smesso collettivamente di sognare", parole che scolpiscono il conflitto tra utilitarismo e libertà, non solo immaginativa.
In "Resurrection" si ripercorrono i sentieri del noir, con gangster formicolanti e boss in cadenti quartieri affogati da una pioggia continua (alla "Blade Runner"), il Delirante sogna un legame d'affetti con una piccola orfana cui insegna i trucchi per indovinare le carte, ma poi l'abbandona: verità e bugia sono inestricabili, l'uomo è servo dei suoi istinti, la fame di potere e di denaro è legge. Ma un amore lo trova (lo sogna) in Tai (Li Gengxi) fanciulla vampira con cui attende l'alba su una chiatta volta a oriente, evocazione di Jean e Juliette sull'"Atalante" di Jean Vigo. Sono le ultime fibrillazioni inconsce prima che la Madre lo cancelli per sempre annegandolo mentre sogna il tragitto sull'acqua.
L'accumulo di materiali visivi ha sequenze affascinanti d'atmosfera, tra stazioni ferroviarie, vecchi bar, alberghi, a mescolare gli ultimi cent'anni e più di Cina con suggestioni ambientali avvolgenti grazie alle musiche elettroniche, ovviamente sognanti, dei francesi M83 e alle scenografie - a tratti quinte teatrali, fondali dipinti - di Tu Nan e Liu Qiang e ai costumi di Huang Wen-Ying, talenti veri. Il Paese di Mezzo è una potenza industriale anche nel cinema.
Lo sguardo anticonvenzionale di Bi Gan, cinese dell'etnia Hmong, presente nei rilievi a sud del Paese, ha destato l'attenzione fin dall'esordio con "Kaili Blues" del 2015, dove il viaggio di un medico alla ricerca del giovane nipote è pretesto per esibire, oltre i veli di atmosfere magiche, arcaiche, una provincia cinese rurale abbandonata e impoverita. Non dimenticabili i 41 minuti di piano sequenza dedicati al villaggio inventato di Dangmai (che adombra la città natale del regista, la Kaili del titolo), per Bi Gan il luogo del tempo rivissuto in un flusso di parole e melodie tradizionali del suo popolo. Ancora la memoria al centro del successivo "Un lungo viaggio nella notte", nuovamente ambientato a Kaili, storia di un delitto mancato e di un sogno sulla poltrona di un cinema, abitato dal ricordo più che fertile di un amore lontano solo nel tempo ma inattingibile. Eclatante il bis di un piano sequenza extra large con aggiunta di droni e inserti in 3D.
Uno stato di allerta sensoriale che "Resurrection" porta all'estremo, zavorrando però il volo con riferimenti di carne e sangue al suo Paese. Il sogno estetico/estatico di Bi Gan radicato tra patria e memorie ha un noblissimo antecedente di un livello decisamente superiore in "Il colore del melograno" girato nel '69 dal georgiano di nascita con genitori armeni Sergej Paradžanov, rêverie quasi tattile del cosmo spirituale del trovatore e poeta armeno settecentesco Sayat-Nova, dall'infanzia all'incontro con l'angelo della morte, cantato con simbolismi e meravigliose accensioni cromatiche, inquadrature fisse di figure vive rese icone, antiche miniature come quadri descrittivi, riprese in monasteri e nella città vecchia di Baku. Un inno a patrie negate e all'arte che miracolosamente "avviene" e si mostra al mondo. "Il colore del melograno" è nel catalogo di Raiplay e, anche sul piccolo schermo, vola alto.
"Resurrection" ha vinto il premio speciale della giuria a Cannes l'anno scorso e trovato finalmente distribuzione in Italia con I Wonder Pictures. Non è esattamente un film mainstream, può piacere o no, la caterva di sollecitazioni visive presenta comunque una interna relazione armoniosa. Mica poco.