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A confermare la fertilità dell’humus cinematografico danese e la forza di un sistema produttivo ben assecondato dal Danske Filminstitut, arriva in sala “Mio fratello è un vichingo.The last Viking”, deliziosa commedia tra umorismo nero e thriller del cinquantatreenne Anders Thomas Jensen, al solito regista e pure sceneggiatore. Non conosciuto da noi come Thomas Vinterberg e Lars von Trier, si è conquistato un ruolo di rilievo con film di genere ad alta qualità, vedi il recente action “Riders of justice”, proponendo temi abbastanza forti, ultimativi - moderna insensatezza, solidarietà, sparsa ferinità umana - e affidati a una fauna sgangherata portata ai limiti del grottesco. Chiave ribadita e ancor meglio tornita nelle tragicomiche peripezie dei fratelli Anker e Manfred, rapinatore di banche il primo, sbiellato il secondo, ormai avanti con gli anni e, dopo un’infanzia in cui si sentiva un piccolo vichingo e pretendeva di andare a scuola con il classico elmo bicornuto, adesso fermamente convinto di essere John Lennon. Lo chiamano disturbo dissociativo della personalità e nessun problema: lo sguardo di Anders Thomas Jensen sul bambino mai cresciuto è stracolmo di tenerezza.
Il film è aperto e chiuso da un breve excursus fiabesco a disegni animati su una antica tribù di guerrieri del Nord e non indulge fin dall’incipit in delicatezze. Il violento Anker (Nikolaj Lie Kaas) finisce in galera per quindici anni, senza rivelare dove ha nascosto il bottino dell’ultima impresa, l’unico depositario della “mappa” è Manfred (Mads Mikkelsen, divo internazionale ma affezionato alle rimpatriate cinematografiche, al sesto film col regista, come Lie Kaas), incaricato dal fratello di seppellire il denaro nel bosco vicino alla vecchia casa materna fuori città.
Espiata la pena, più delinquente di prima, Anker torna a casa dal fratello e dalla sorella maggiore Freja (Bodil Jørgensen), che si è presa cura di lui. L’impassibile Manfred qualcosa ricorda del tesoro ma non ne ha persa memoria neanche Flemming (Nicolas Bro), il complice di Anker che, dissipata la sua parte di maltolto, pretende a suon di minacce e pugni pure quella altrui. Energumeno privo di un metabolismo mentale in grado di andare oltre il linguaggio dei pugni, Flemming - destinato a un exitus degno di lui - si colloca adeguatamente sul carro di Tespi popolato dal regista con guitti dell’esistenza a un tempo buffi e pericolosi.
Decolla così un helzapopping di gag e buffi colpi di scena in un crescendo di violenza, a partire dal ricovero di Manfred in ospedale dopo che si è tuffato a pesce fuori dalla macchina di Anker mentre stavano andando fuori città a caccia del denaro sepolto. Il motivo? Il fratello non lo chiama John e lui si arrabbia. Poco dopo ripeterà l’acrobazia da una finestra del reparto di psichiatria, cavandosela con pochi graffi, quasi fossimo in un cartone animato. La serietà delle sue azioni folli, in virtù di paradosso regala humor allo stato puro, apparentando in qualche misura “Mio fratello è un vichingo” al surreale “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” dello svedese Roy Andersson. Notizia: gli scandinavi sanno ridere, per quanto amaramente.
La brigata degli “eccentrici” intanto s’infoltisce. I due fratelli scappano dall’ospedale con l’aiuto di un sedicente neurologo, Lothar (Lars Brygmann), subito a suo agio coi bizzarri gestori del B&B nella casa di campagna dei fratelli. È pieno di iniziative, conosce un certo Hamdan (Kardo Razzazi) che si crede in un colpo solo George Harrison e Paul McCartney e il batterista Anton (Peter Düring) più che convinto di incarnare Ringo Starr, aggiungendoli a Manfred-John Lennon si possono ricostituire i Beatles. Non c’è personaggio in “Mio fratello è un vichingo” che non viva sopra o fuori le righe, all’estremo. Tutti, più o meno consapevolmente, sono dei perdenti, vite interrotte o in fuga verso un’altra identità.
A governare stancamente il B&B dove si va raccogliendo la band impossibile è la coppia formata da Margrethe (Sofie Gråbøl), atletica ex mannequin di mezza età e dal marito Werner (Søren Malling, una delle maschere immancabili del cinema danese). Stilista fallito e alcolista lui, sfigurato da un incidente e vanamente impegnato da diciotto anni a concludere una favola per bambini, mentre lei ha agghindato consolatoriamente il suo passato con la storia di un inesistente successo sulle passerelle, in realtà era appena una “manista”, una modella di mani (cfr David Duchovny in “Zoolander” di Ben Stiller). Vite inceppate, del resto lo psichiatra (ehm) Lothar deve ammettere che di coccia sta malino anche lui. Suo padre - confessa - era direttore dell’unico negozio fallito nella storia dell’Ikea e gli piacerebbe impersonare Brian Epstein, il celebre manager dei Beatles. Insomma, crudeltà e sarcasmo. È la ricetta convincente di Thomas Jensen, che non esita, nei cataclismi finali attivati dall’arrivo bellicoso nel bosco di Flemming, a buttarci lì un bel mazzo di scene splatter poco o nulla disturbanti, lo spettatore ormai è complice.
Senza levare il gusto delle edulcoranti sorprese finali, coronate dalle note di “Twist and shout”, da diversi intimi ribaltamenti e dalla demolizione, anche fisica, di ogni inutile narcisismo, si può almeno registrare l’ammorbidimento di Anker verso Manfred, quel fratellone è pesante e pasticcione ma sono piume delle sue piume, più importanti dei soldi. Emerge un passato lancinante, il loro padre (un satanico Lars Ranthe), esacerbato dal disturbo “vichingo” del piccolo Manfred, dileggiato dai compagni di scuola e socialmente stigmatizzato, li picchiava di buona lena, colpevole uno di essere un bambino problematico, l’altro di difendere il fratello.
Anker, provando - era ora - pietas per Manfred, impara a medicare se stesso, ragazzino diventato uomo violento non per caso. La morale della favola animata su cui cala il sipario? La diversità va accettata, accudita, compresa. Infatti, se a tutti i guerrieri e abitanti del villaggio manca una mano a nessuno manca una mano… Indovinare l’autore della fiaba finalmente condotta in porto è semplice.
“The last Viking”, 116 minuti ottimamente fotografati da Sebastian Blenkov, è prodotto da Zentropa e distribuito da Plaion Pictures in poco più di trenta sale. Peccato. Meriterebbe anche solo per l’ennesimo exploit recitativo del sessantenne Mads Mikkelsen, poliedrico mattatore dalla recitazione sotto traccia. Tra i suoi ruoli top, il professore convertito alla bottiglia di “Un altro giro” e l’educatore accusato di pedofilia in “Il sospetto”, entrambi firmati da Vinterberg. Ma non ha certo sfigurato come capitano pioniere nello Jutland settecentesco rievocato da Nikolaj Arcel con “La terra promessa”, un duro e suggestivo western nordico. Tutti recuperabili in streaming.