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La rivista “Runway”, ovvero “passerella”, scintillante vetrina newyorchese della moda diretta dalla perfida e geniale Miranda Priestly (Meryl Streep), è nei guai. Andy Sachs (la cerbiattesca Anne Hathaway), ex stagista vittima della kapò dello stile e ormai diventata una giornalista di grido, prova a salvare la rivista e ci riesce con tutto il corredo di peripezie, gite nel lusso di abiti e accessori assolutamente must, amori ed equivoci della più corriva commedia brillante, un pizzico sofisticata ma che non disdegna fior di spottoni piazzando marchi in bella evidenza. Tanto il pubblico a certi incesti ormai è abituato. Molto glam, molto prevedibile e ruffiano, abbastanza divertente, soprattutto nella prima metà: “Il diavolo veste Prada 2”, sequel atteso dopo vent’anni e sostenuto da un marketing furbissimo, sta sbancando al botteghino, confermandosi dispositivo infallibile nella guerra dello showbiz, forte di un quartetto d’interpreti inamovibili che fin dal primo “Diavolo” del 2006 regala qualche spessore attoriale alla storia ispirata dal best seller della giornalista Lauren Weisberger. Alla sceneggiatura Aline Brosh McKenna, in regia c’è ancora David Frankel, pescato ai tempi per la sua confidenza con la giungla snob e milionaria di Manhattan, da lui ben manovrata in diversi episodi della serie “Sex and the City”.
Meryl Streep (76 anni inavvertibiii e non solo per i miracoli del trucco e parrucco) a questo secondo giro conferisce a Miranda qualche ombrosa velatura dovuta non tanto all’età quanto alla consapevolezza che da workhaolic totale non ha visto crescere le figlie. Comunque può consolarsi con la new entry Stuart, interpretato da Kenneth Branagh, bonazzo, più giovane, innamoratissimo, saggio, comprensivo e pure violinista. Gli manca solo un master in riflessologia plantare per il relax serale di Miranda. E la riscossa femminile con ribaltamento dei ruoli almeno al cinema è servita. Poi al pubblico dei vecchi e nuovi aficionados interessa soprattutto che la direttora trendsetter di fama mondiale molli sciabolate con occhio gelido a conoscenti importuni e intimidite collaboratrici - nel ruolo dell’assistente Amari c’è la statuaria inglese Simone Ashley - cose come “Fammi sapere quando la tua vita va completamente all’aria. Vuol dire che è l’ora della promozione”. Una battuta naturalmente cult o almeno così venduta dai promoter del film e immediatamente divulgata alle masse su riviste e tv.
Al fianco della direttrice domatrice c’è Nigel Kipling, l’eminenza dandy sottotraccia di “Runway” (Stanley Tucci, doppiato ancora da Gabriele Lavia ma con vent’anni di più e si sentono), stavolta però destinato a finire sotto i riflettori, al pari di Emily Charlton (Emily Blunt). Vent’anni fa segretaria vessata da Miranda, robotizzata su tempi di lavoro assurdi, ha conquistato una bella fettina di potere nel circo fashion, è brand manager di Dior, giustamente fiera dell’allestimento per uno dei sette (sì, in effetti sono sette) negozi newyorchesi, una scala a curva con muri altissimi che fanno da vetrina a scarpe e borsette della maison: un tripudio di colori pastellati. Poco da dire, un inno alla bellezza, il mondo della moda ha la sua fatuità ma crea lavoro e incanti. Emily sogna il posto di Miranda e ci va vicino, visto che ha sposato il magnate tecnologico Benji Barnes (Justin Theroux, altro innesto di peso) e lo sta convincendo ad acquistare “Runway”, messa in vendita dall’erede del fondatore Irv Ravitz (Tibor Feldman), rimasto secco a un mega party con la meglio crema di NY. Vanitas vanitatum.
Ma è un attimo, incombono sfilate di silfidi surreali e un grosso problema di reputazione per Miranda. La rivista ha infatti pubblicato un articolo promozionale su un marchio che sfrutta di brutto i lavoratori. Andy, appena licenziata, insieme a tutti i colleghi, con un sms dai proprietari del suo giornale, si presta a diventare caporedattrice di salvataggio a “Runway”, prima con un editoriale di scuse e poi cercando di dare una svolta giornalistica, di approfondimento sociale. “Il diavolo veste Prada 2” non può non tener conto delle nuove reali situazioni di mercato, il cartaceo è in crisi, “Vogue” e “Vanity Fair” devono dividere gli investimenti tra pagine patinate, YouTube, TikTok e gli influencer, web e social sono cruciali, il giornalismo è minacciato. Il film lascia emergere così (timidamente) lo scandalo della micidiale catena del valore nella moda, con un vertice di grossi marchi annegato nei bilioni e una base di appaltatori o subappaltatori spregiudicati e sommersi sparsi nel mondo, tra lavoro nero e sfruttamento. A Milano la Procura ha acceso dei fari, sono andate sotto esame griffe planetarie, da Gucci ad Armani, da Givenchy a Missoni.
“Il diavolo veste Prada 2” sfiora il tema, esibisce buone intenzioni rinverginanti e dà gran lustro alla Milano Fashion Week, dove, nella seconda parte del film, Miranda, Nigel e Andy volano a tener alta la bandiera di “Runway” e a sviluppare una controffensiva al progetto di Emily, che rischia di rendere la rivista succube dell’AI. La trasferta meneghina, contrappuntata da spostamenti per la città rigorosamente in Mercedes, ha tutti i connotati di una marchetta da ufficio turistico con la benedizione della Camera della Moda, compaiono Donatella Versace, Brunello Cucinelli e Domenico Dolce, si esibisce Lady Gaga, mica, con tutto il rispetto, Annalisa. Un gala dinner si svolge davanti all’Ultima Cena di Leonardo e sotto il dipinto, ben agghindati, sforchettano diversi Giuda. Profanato il Cenacolo vinciano? No, hanno girato la scena in un capannone nel quartiere Turro.
“Il diavolo veste Prada 2” - un paio d’ore della serie “potabile con riserva” - alla fine regala un futuro sia a “Runway” - grazie all’intervento di Sasha (Lucy Liu, cameo de luxe), ex coniuge di Benji e imprenditrice - che alla tenera e determinata Andy, pronta a rituffarsi tra le braccia di Peter (Patrick Brammal) ganzo restauratore di appartamenti e altro maschio ammansito. Emily, sconfitta, diventerà - era ora - amica di Andy, che le riserva il più bel complimento visto l’ambiente in cui sguazza: “Sei un’icona”. Altra battuta da consegnare ai posteri, come successo vent’anni fa alla citatissima “I vestiti che ti daranno non li meriti. Tu mangi i carboidrati”.
Le frasi celebri del “Diavolo 1” hanno accompagnato il lancio del sequel, una campagna di raffinata aggressività. Sulla locandina ufficiale del film trionfa Miranda-Meryl in un rosso abito lungo disegnato ad hoc da Pierpaolo Piccioli, direttore creativo di Balenciaga, ma non è andato certo in pensione il vecchio poster con la scarpa tacco 12 terminato da un tridente satanico, partorito dal team marketing della Twentieth Century Fox, capitanato all’epoca da Pam Levine e Tony Sella. E sempre la Twentieth, con Wendy Finerman Productions e la Sunswept Entertainment di Karen Rosenfelt, ha sparato due bei colpi promozionali. Nei giorni precedenti l’uscita del film ha mandato in edicola e sul web un numero speciale di “Runway” in edizione limitata con Emily in copertina, giocando sull’ascesa al trono, poi fallita, della frustrata ex galoppina di Miranda. E, sempre nella linea molto americana della fiction che si fa realtà e viceversa, “Vogue America” ha lanciato una copertina con Anne Wintour, supercapo di Vogue per 37 anni, in abito rosso, affiancata da Miranda, suo calco cinematografico, in tailleur blu. Mise firmate Prada, ci mancherebbe e fotografia, tanto per volare alto, di Anne Leibovitz.
PS Da recuperare, fra tanta fashion, “Alta moda” (2021) di Sylvie Ohayon, con la delinquentella Jade (Lyna Koudri) che va a bottega nella maison Dior da Esther (la compianta Nathalie Baye), sarta ormai vicina alla pensione. Ago e filo per ricucire una vita. E il bellissimo ”Il filo nascosto” (2017) di Paul Thomas Anderson con Daniel Day-Lewis, principe della moda londinese negli anni Cinquanta diviso tra amore e atelier. Entrambi sulle maggiori piattaforme streaming.