alla NEWSLETTER di foglieviaggi
“Un anno di scuola”, secondo tenerissimo e potente lungometraggio di Laura Samani, 36 anni, qui regista e sceneggiatrice con Elisa Dondi, viaggia nel solco di una lunga tradizione non solo cinematografica ma narrativa in senso totale, quella della storia di formazione, del coming of age. I 102 minuti, ispirati al racconto omonimo datato 1929 di Giani Stuparich, pedinano sorrisi, qualche lacrima e nuove consapevolezze di Fredrika detta Fred, diciassettenne svedese piovuta a Trieste nel 2007 per frequentare l’ultimo anno delle superiori, causa trasferimento del padre, incaricato di un compito detestabile, quello di “tagliatore di teste” in un’azienda locale. Arrivare da fuori (da molto fuori) in un contesto dove la tela delle complicità e delle relazioni è robustamente tessuta dall’abitudine non è facile e non può fare eccezioni l’Istituto Tecnico Industriale in cui capita Fred. Diversi gradi di separazione la dividono dai coetanei, c’è la lingua a far da barriera inizialmente, poi la diffidenza adolescenziale verso il nuovo che mina le abitudini. Tutto già visto? No.
Per questa “partita” in casa, la triestina Laura Samani, fan assoluta della sua città - immanente e accarezzata nel film, dalle strette vie che scendono a mare ai panorami, dagli scorci urbani più intimi al lido di Barcola - ha scelto un mucchio di attori non professionisti, su tutti brilla Stella Wendick, la protagonista, una sfolgorante giovane donna predestinata al cinema, scoperta in una scuola di recitazione a Stoccolma. Stella dona al personaggio una freschezza assoluta e le tengono testa, con marcato accento giuliano, tre “muli” doc, con cui Fred andrà a formare un team amicale unico e carico di pathos, Giacomo Covi nei panni del brunetto Antero, aria timidamente intellettuale, premiato a Venezia come miglior attore nella sezione Orizzonti, mentre Pietro Giustolisi è il tormentato Pasini e il corpulento Samuel Volturno deborda in simpatia dando al suo Mitis una catturante spavalderia, dei tre moschettieri il classico Aramis.
Fred è carina e giocoforza esotica, al suo arrivo a scuola le mandrie dei ragazzini meno avvertiti fanno i galletti, alcune studentesse dell’Itis la guardano storto, in particolare la figlia di un operaio nella fabbrica dove il padre di Fred (Magnus Krepper, uno dei pochi professionisti sul set, insieme a Silvia Gallerano, nel ruolo della professoressa Banti) è stato paracadutato a potare il personale. In classe è l’unica femmina, ma è tranquillamente determinata, in quanto più matura della maggioranza dei coetanei italiani, a inserirsi prima nel cerchio grande della scuola e poi in quello ristretto dei tre amici-amici, divertenti e svegli, una compagnia consolidata e provvista di tana nell’ex tipografia del nonno di Mitis, preclusa alle ragazze. Per riuscirci inizia a vestirsi con abiti maschili (bravissima la costumista Loredana Buscemi) in modo da facilitare l’accettazione. Che risulterà abbastanza semplice e saranno gite nella vallata di Roiano, bevute di birra nei baretti giusti, nottate nella tana in quattro sul lettone. La differenza sessuale, lasciata fuori dalla porta, rientra però nel gioco di sguardi tra Antero, vergine per onesta ammissione, e Fred, che le sue esperienze le ha già fatte. Naturale attrazione fra giovani corpi, empatia. E il tabù del piccolo gruppo è davvero infranto, ma l’affettuosa amicizia rimane per un po’ clandestina.
Quando verrà svelata saranno problemi grossi. Pasini, nevrile e reso ancora più fragile dalla perdita del fratello in un incidente, smaltirà una cotta senza speranze per Fred provando a farsi male sul serio e cementando una reazione ostile del gruppo verso la ragazza, perfetto capro espiatorio. L’atmosfera di felice irresponsabilità svanisce, i ruoli sono tornati a definirsi, la femmina tentatrice ha guastato l’armonia del branco maschile. Compare un’enorme scritta sul muro della scuola: Fred è una troia. Un classico di stupidità e infantilismo che conosciamo bene, per la giovane svedese è l’ora della dolorosa delusione, resa dalla regista con una finezza rara e una pulizia d’immagini e di climax notevoli, a conferma di tutto il buono che Samani aveva mostrato col pluripremiato esordio di “Piccolo corpo” (2021), ambientato a fine Ottocento nel remoto Friuli dei pescatori lagunari ancora immerso in superstizioni e mitologie a sfondo religioso: chi nasce senza battesimo e quindi destinato alla perdizione eterna può essere riportato in vita per il tempo di un respiro e ricevere così il sacramento, Agata, madre angustiata (pure in questo film, facilmente visibile in streaming, la protagonista è un’esordiente, Celeste Cescutti) si mette in viaggio col cadavere della figlia neonata chiuso in una scatola di legno verso un santuario che promette il prodigio.
Nei giorni del disincanto Fred riceve la consolazione del padre: “Per i tuoi amici sei come la mela tra i kiwi, la mela ha l’etilene e fa maturare gli altri frutti”. E c’è una breve riconciliazione col gruppo. Antero e soci si sentono graffiare l’anima, è tempo di università, che restino nella dolce culla triestina o partano verso altri lidi, il loro piccolo mondo sta inesorabilmente evaporando. Dopo il dolore, Fred, come l’Elio di “Chiamami col tuo nome” di Guadagnino, chiuderà la parentesi di un tempo vicinissimo ma già perduto e lontano, con un sorriso. “Un anno di scuola” - è coprodotto, tra l’altro, da Rai Cinema e Arte France Cinéma, distribuisce Lucky Red - è uno di quei film italiani, non molti in verità, che lasciano tracce di un singolare talento. Un altro sguardo femminile dell’Est da affiancare a Anna Delpero, nata in Val di Sole nel Trentino, schietto il successo nel 2024 del coraggioso “Vermiglio”, un tuffo in memorie ancestrali, tra dialetto e durezza della montagna.
e