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L'ULTIMA MISSIONE
L'UMANO E L'ALIENO
SALVERANNO IL SOLE

di ANDREA ALOI

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I romanzi fantascientifici di Andy Weir ispirano buon cinema. È successo col thriller planetario “Sopravvissuto-The Martian” (2015) di Ridley Scott, protagonista un Matt Damon mollato solo soletto su Marte dai colleghi astronauti, ricapita coi 156 gustosi minuti di “L’ultima missione: Project Hail Mary” di Phil Lord e Christopher Miller, due pezzi grossi dell’animazione premiati con l’Oscar per “Spider Man-Un nuovo universo” qua alle prese con umani veri e corredo di alieno.



Fulcro dell’avventura spaziale, condotta secondo i crismi del genere con l’aggiunta di una bella messe di idee fresche, è Ryland Grace (un Ryan Gosling lussuoso), genio della biologia molecolare finito a insegnare alle medie perché troppo eterodosso e, oplà, ripescato per una cosina da niente, salvare il Sole e quindi la Terra da una turba di microrganismi nerastri e malefici, gli astrofagi, che da Venere viaggiano verso la nostra fonte di vita per succhiarle energia. Gli scienziati, guardando quella linea infrarossa tra Venere e il Sole in oscuramento, hanno fatto una botta di conti: tempo trent’anni e addio pianeta azzurro.



Il film parte dal risveglio di Grace sull’astronave in viaggio verso la lontanissima Tau Ceti, l'unica stella non infettata, scoperto il perché si riuscirà forse (molto forse) a salvare il Sole dal parassita. Missione disperata, tanto che è stata chiamata Progetto Ave Maria, una preghiera in ginocchio, dalla organizzatrice della spedizione Eva Stratt (Sandra Hüller, la ricorderete splendida protagonista di “Anatomia di una caduta” di Justine Triet), un tipo burbero dall’occhio fino, è stata lei a giocarsi la carta del prof dimenticato. Grace si ritrova solo, i suoi compagni Olesya (Milana Vayntrub) e Yáo (Ken Leung) sono passati dal sonno tattico a quello eterno.



Spazio siderale e solitudine, ignoto e angoscia nell’immensità, l’ultima frontiera rimasta è cinema allo stato puro, tanto rarefatto ed essenziale quanto emozionalmente carico, tra fascino e repulsione, per noi formichine terrestri. Grace come il “marziano” Mark Watney/Matt Damon deve rimboccarsi le maniche, anche perché, addormentato chissà da quanto tempo, non ricorda un’acca e deve ricostruirsi da zero un minimo di coordinate e di memoria. Oltretutto non sa come si guida un’astronave, a differenza del collega, pilota di professione.



Il gioco del cervellone alle prese con mille strumentazioni per lui inedite funziona, Grace - lo si vede, dopo l’incipit stratosferico, nel flashback che contestualizza - non ne voleva sapere di partire, è un ragazzone abituato alla routine lezioni in classe-computer-poltrona, l’hanno costretto a mettersi in tuta spaziale dopo averlo sedato. A proposito, ne indossa una rosseggiante quasi uguale a quella di David Bowman/Keir Dullea in “2001: Odissea nello spazio”, un omaggio a Kubrick, ma i rimandi filmici abbondano, pure l’eroe di “Interstellar” di Nolan è un Cincinnato che lascia, letteralmente, l’agricoltura e va in missione nel cosmo, passeggiando nello spazio-tempo, per stanare pianeti abitabili. Terra pericolante, imprese gigantesche parametrate alla location: siamo sempre lì. Poi è la mano del director che pennella, titilla, rapisce o tranquillamente diverte, come nel caso di “Project Hail Mary”, immerso nella più classica delle imagerie spaziali, tra plafoniere con mille pulsanti, frenesie videogamiche, suspense e un silenzio astratto, insieme pacificatorio e inquietante.



Grace si è reso conto dei termini della missione e si sta rassegnando a un viaggio da eremita dopo aver danzato, barba e capelli lunghi, con un simulacro femminile vestito degli abiti di Olesya per lenire l’isolamento (deve aver visto al cinema Tom Hanks chiacchierare con Wilson, il pallone con su dipinto un paio d’occhi in “Cast Away” di Zemeckis) quando in prossimità di Tau Ceti trova un fratello, unico sopravvissuto pure lui, in una enorme astronave lì giunta dalla costellazione di Eridano per motivi identici ai suoi. Lo vede dietro un oblò, si salutano, Ryland con una mano, il nuovo partner d’esplorazione con un braccino-pinza a tre dita. Un alieno? A 24 carati, viene da un altro pianeta, è un pentapode con occhi sparsi qua e là, forma di ragno e pelle rocciosa, da cui, confidenzialmente il nome Rocky, una volta rafforzato il contatto. In confronto il piccolo ET creato da Marco Rambaldi è un vicino della porta accanto. Un diverso? Sì, però la gamma dei sentimenti, la voglia di calore (umano o non umano che sia) è identica, al di là della estrema dissomiglianza fisica ed è un bel messaggetto: l’Altro non è una minaccia, è una risorsa.



A questo punto l’Ave Maria di Grace e Rocky diventa un buddy movie in assenza di gravità, la storia in commedia di un’amicizia con schermaglie ai confini del comico, l’alieno squittisce come i Gremlins, s’installa nell’astronave del terrestre protetto da un icosaedro trasparente altrimenti non riuscirebbe a respirare. Imparano a parlarsi, a volersi bene in una crescente solidarietà, mirata alla sconfitta degli astrofagi. Si accorgono che la stella Tau Ceti gode buona salute perché ospita amebe ghiotte di astrofagi e il gioco è quasi fatto. Gli astrofagi si cibano di fotoni, le amebe di astrofagi: in Natura è tutto un magna magna. Dopo una valanga di peripezie, Grace, rifornito di amebe replicanti, può dirigere la prua verso la Terra. Siamo sicuri che lo farà? Il finale, salvati il nostro Pianeta e pure quello di Rocky, trascolora piacevolmente nella favola.



Per la storia fantastica di Ryland Grace, disilluso solitario che si scopre eroe e capace di amare, Amazon MGM Studios e Metro-Goldwin-Mayer hanno allestito una squadra di rango, con, oltre ai registi, Drew Goddard candidato all’Oscar per “Sopravvissuto-The Martian” alla sceneggiatura, l’habitué dei film di sci-fi David Crossman ai costumi e l’inglese Chis Corbould, premio Oscar per “Inception” di Nolan, agli effetti speciali. Budget ben oltre i duecento milioni di dollari, distribuisce Sony Pictures Italia. Quanto alla supertecnologia di proiezione adottata, l’IMAX digitale e laser, si può discutere se il massimo della risoluzione, spingendo sull'acceleratore della percezione, possa paradossalmente allontanare da una visione realmente profonda, intima e non solo superficialmente suggestiva ma la questione teorica non tocca di sicuro le major e la loro missione: metterci, con intelligenza produttiva, i dané e ottenere un buon ritorno sull'investimento, senza bisogno di tante Ave Maria.



PS. Il cinema è arte del futuribile e ha sfruttato immaginativamente lo spazio fin da subito, precisamente dal 1902 con George Méliès e i 15 minuti di “Le voyage dans la lune”. La corsa continua. Nel 2021 la Russia ha girato il primo lungometraggio di finzione nello spazio, titolo “La Sfida”, regista Klim Shipenko, protagonista l’attrice Yulia Peresild, ospiti per dodici giorni della ISS, la stazione internazionale orbitante. Battuti sul tempo gli Usa e Tom Cruise che progettavano una passeggiata cosmica da inserire in un film con l’aiuto di Nasa e Space X di Elon Musk.






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