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LA TORTA DEL PRESIDENTE
INNOCENTI E POVERI
BAMBINI DI SADDAM

di ANDREA ALOI

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Il paesaggio da favola del marais mesopotamico nel sud dell’Iraq, una “Mille e una Notte” di canoe e luci ballerine sull’acqua, è sfregiato, lassù in cielo, dal rombo dei caccia. Per l’incipit di “La torta del presidente”, un sorprendente esordio, l’iracheno Hasan Hadi ha scelto la bella calligrafia a contraltare dell’odissea di Lamia, orfana di nove anni, piovuta dalla sua capanna palustre nella polvere assolata di Baghdad per una missione, si vedrà, più che ostica, crudele. Solarmente povera e orfana, l’hanno affidata a Bibi, anziana tutrice col volto segnato come una corteccia d’albero, una brava donna che la manda a scuola su una affusolata barchina. In aula la matematica è meno importante dei cori di ossequio al rais e il maestro, una fotocopia di Saddam, le ruba la mela che custodiva per pranzo nella cartella: è il primo dei pessimi maschi baffuti con cui dovrà fare i conti.



Aprile 1990, l’Iraq vive una crisi economica terribile dopo gli otto anni di conflitto con l’Iran, ennesima inutile strage nel Vicino Oriente, ma come in un teatro dell’assurdo pare che il Potere faccia finta di niente. Lamia è stata estratta a sorte dal “maestro” (virgolette d’obbligo) per confezionare, come sempre, una torta in occasione del compleanno, il cinquantatreesimo, del dittatore baatista, mentre il suo compagno di classe Saeed, più diseredato di lei, dovrà provvedere alla frutta e se non obbedirà saranno bastonate vere. Inutilmente protesta e ricorda al cosplayer di Saddam dietro la cattedra che domenica è impegnato col padre storpiato dalla guerra al parco dei divertimenti per chiedere l’elemosina. Il regime occupa viralmente ogni ganglio sociale e il despota esige applausi, cortei, gratitudine e doni da chiunque, pure i più miserabili senza il necessario per vivere, come Lamia. La minoranza scita è oppressa, i maschi a scuola indossano grottesche divise con spalline a frange e tutto oscilla sul precipizio, si avvertono echi di bombardarmenti.



Per girare e sceneggiare i 105 potenti minuti del film, Caméra d’Or alla migliore opera prima e Premio del Pubblico alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes, lo scrittore e giornalista Hasan Hadi non ha avuto bisogno di ispirarsi a qualche libro, quegli anni a Baghdad li ha vissuti e oggi ricorda: “Sono cresciuto col senso di colpa per essere sopravvissuto, mentre tanti altri bambini non ce l’hanno fatta”. Non cerca esercizi di stile nelle splendide scene di palude e nel brulichio della città, possiede uno sguardo di lirico realismo e una immersiva capacità di coreografare i movimenti e gli intrecci della metropoli, ma su tutto fa premio una urgenza personale mescolata a nostalgia e compassione, una memoria partecipe che cresce nell’armonia di compiutezza formale e “necessità” etica. Gli occhi sperduti e vivi di Lamia (Baneen Ahmad Nayef) e Saeed (Sajad Mohamad Qasem) non si lasciano dimenticare.



La dolce Bibi (Waheed Thabet Khreibat) affianca la bambina nel viaggio verso Baghdad, ma non si tratta solo di recuperare farina, lievito, zucchero e uova per la torta (“molta crema”, ha preteso il maestro). Ormai sfinita dal diabete, Bibi ha trovato una famiglia a cui affidare Lamia, che appena capisce scappa, cartella in groppa e in braccio il gallo Hindi, il suo “cucciolo” pennuto. La grande città non la spaventa, cerca e incontra al parco divertimenti Saeed, uno scugnizzo allenato alla strada e anche fisicamente simile al dodicenne disperato Zain di “Cafarnao” (2018) della libanese Nadine Labaki, in fuga da genitori umanamente piallati dalla povertà, disposti a vendere la sorella come sposa bambina. Zain, piccolo uomo disperato in una Beirut ostile, abdicherà alla sua famiglia, dopo aver accusato padre e madre di averlo messo al mondo. Il film è visibile su diverse piattaforme streaming e lo consigliamo.



La festosità coatta della capitale irachena, pronta a inchinarsi al rais, fa da basso continuo al viaggio di Lamia alla ricerca degli ingredienti per il dolce, Saeed la frutta da portare al maestro la recupererà a modo suo. “Non voglio rubare”, dice la bambina, destinata a incontri con tanti relitti umani, ora penosi ora pericolosi, compreso un pollaiolo pedofilo cui aveva chiesto notizie di Hindi, sparito in un momento di distrazione, e un po’ di zucchero. Alla schiera degli adulti indifferenti o peggio si aggiungono i poliziotti neghittosi, poco disposti ad ascoltare Bibi disperata per la scomparsa di Lamia, a Baghdad chi indossa una divisa taglieggia la gente, o tiri fuori i dinari o ti levi dalle scatole. Ma c’è un angelo, uno solo, si chiama Jasim e fa il tassista, lo interpreta Rahim AlHaj, musicista e virtuoso dell’oud, una specie di liuto arabo che attraversa il paesaggio sonoro del film. Jasim aiuterà Bibi, allo stremo e condannata a morire e riaccompagnerà Lamia a casa nelle paludi. In cartella ha le uova mezze rotte, la farina (l’ha rubata: quando si è disperati, succede) e lo zucchero. In grembo tiene il gallo Hindi: due vite innocenti scampate provvisoriamente alla mattanza.



I colpi di scena sono tanti in questo film percorso da una sete di giustizia destinata a finire, nella maggior parte dei casi, inappagata. Se il ragazzino Nanning, protagonista del tedesco “Amrum” di Fatih Akin cerca senza tregua, negli ultimi giorni della dittatura nazista, farina bianca, burro e miele per la madre fanatica del Führer e depressa che lo ha aggiogato al carro della Hitlerjugend, Lamia vive a sua volta un precipizio nell’inferno quotidiano di un regime brutale. Cartella in spalla, ha ben altri pesi da tollerare. Portata dalla vita davanti ai mille tribunali del Male che può secernere un Paese immiserito, è sorretta da una vitalità ingenua e santa, quasi un miracolo. Lei e Saeed si guardano fissi, giocando a chi chiude per ultimo gli occhi, intanto dal cielo cadono bombe.



Riuscire a sfornare un film in Iraq è già di per sé un successo, imbandire un’opera di tale qualità al primo colpo registico ha del prodigioso. La produzione è irachena, qatariota e statunitense e Hasan Hadi ha girato in pellicola. Da applaudire la fotografia del rumeno Tudor Vladimir Panduru e la scenografia della connazionale Anamaria Tecu. Distribuisce Lucky Red.






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