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CIME TEMPESTOSE
AMOUR FOU
SULL'ABISSO

di ANDREA ALOI

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Riecco l’amour fou della nevrile Catherine e del selvaggio Heathcliff in bilico sull’abisso. Per l’ennesima rivisitazione - l’ottava o giù di lì - di “Cime tempestose”, lo scandaloso, potente classico del romanticismo di Emily Brontë pubblicato nel 1847, la londinese quarantenne Emerald Fennel torna a titillare in eguale misura stomaco e cuore dello spettatore, imbandendo quella fiera dell’eccesso totale, sui e nei corpi, a tratti consapevolmente disturbante e che già caratterizzava il precedente “Saltburn”, storia di Oliver (Barry Keoghan), giovane baco manipolatore bravo a insinuarsi nell’avita magione di una distinta famiglia e a svelarne misteri e marce debolezze senza lesinare ossessioni e feticismi indigeribili.



Dalla Oxford contemporanea alla brughiera più famosa della letteratura dopo quella dove pascolava il mastino dei Baskerville, la ferinità vendicativa del protagonista maschile non cambia e sempre di un arrampicatore sociale parliamo, ma Heathcliff (Jacob Elordi), il figlio di nessuno accolto in casa Earnshaw dal padre di Catherine (Margot Robbie), può esibire un’attenuante irresistibile, il demone dell’adorazione che lo possiede fin dal primo incontro con quella bambina angelicata, irraggiungibile per status, destinata a innamorarsi di lui fino al midollo. E, quando crescerà, indotta a scegliersi un partito “rispettabile”, il nobile ben ricco Edgar Linton (Shazad Latif), per fuggire da un genitore (Martin Clunes) sulla via dell’alcolismo, sperperatore al gioco e logicamente decaduto insieme al casale di Wuthering Heights. Heathcliff, devastato, si allontanerà a sua volta per tornare dopo anni azzimato, portafogli pieno e animo colmo di rancore. Una lacerazione, come si vedrà, frutto di un equivoco e di una malignità. Immaginiamoci l’iniziale ostracismo dell’ancor giovane epoca vittoriana verso una storia che metteva a nudo nevrastenie, classismo e brama proprietaria.



Le “Cime tempestose” di Fennell crescono con gli approcci ingenui, gli sguardi rapiti, il magnetismo dei due giovani corpi, la loro separazione e il ricongiungimento ineludibile, preludio al dramma. Un viaggio di formazione e distruzione enucleato dalle pagine ricche di personaggi e collateralità del romanzo e portato in primissimo piano dalla regista per meglio distillarne sensualità e turbamento. Oltre che per attualizzare l’eterna partita del desiderio contro la norma in chiave pop, con quinte “naturali” costruitissime, un’effettistica no limits fino ai costumi abbaglianti, alle atmosfere stilisticamente fantasy e alle ambientazioni neo-barocche e para-disneyane (cfr “Frozen”) nella doviziosa residenza di Edgar dove Catherine si è acconciata a una vita da moglie non doma e per Natale nevica a fiocconi. Per non dire dei dialoghi banalizzati: “Lui è più me di quanto lo sia io” (una sorta del “Chiamami col tuo nome” di Guadagnino), a dire di un’anima sola per due, oppure: “Sei bello, razza di mostro”, quando Catherine fronteggia il redivivo Heathcliff. Un gran bel manzetto l’australiano Elordi e però attorialmente due-tre gradini sotto Margot Robbie, carica di sfumature, trepidante, seducentemente maliziosa nelle scene in cui cerca (non ce ne sarebbe bisogno) di ingelosire l’amato.



Pure questa versione cinematografica, di due ore abbondanti, si arresta davanti al corpo freddo di Catherine, morta per privazione di Heathcliff, disperato e a caccia delle micidiali rappresaglie che danno alla seconda, intricata parte della storia raccontata da Emily Brontë il carattere di un revenge noir con un piccolo lumicino finale di speranza. Impossibile racchiudere tutta intera in un film una simile “Dynasty” gotica, compresi i fatti riguardanti le nuove generazioni degli Earnshaw-Linton-Heathcliff. Ci ha provato - sparse serie tv a parte - solo il moscetto lavoro di Peter Kosminsky del 1992 con gli acerbi Ralph Fiennes e Juliette Binoche, ideale per rimpiangere il bianco e nero di Gregg Toland, genio della fotografia prestato alle “Cime tempestose” di William Wyler del’39, nel cast Merle Oberon-Catherine, Laurence Olivier-Heathcliff e David Niven-Edgar. Ci siamo capiti.



Quando e perché nasce l’equivoco che spinge Lui ad andarsene da Wuthering Heights e Lei a finire nelle braccia di Edgar, di cui resterà incinta, in mezzo ai fasti di Thrushcross Grange? La governante Nelly (Hong Chau) figlia illegittima di padron Earnshaw e intima di Catherine ascolta un suo sfogo: “Sposarlo sarebbe una degradazione, vivremmo come due disperati, ma io lo amo”. Heathcliff sta origliando ma se ne va imbizzarrito prima che Catherine professi, alla fine, la sua passione. Si convince così di essere stato scaricato e Nelly, che si era accorta della presenza di Heathcliff, si guarda bene dall’inseguirlo per chiarire, quel barbaro a stento addomesticato le è sempre stato sulle scatole, almeno da quando ha iniziato a invidiare Catherine.



Il qui pro quo è da classico feuilleton e narrativamente funziona alla grande. Rientrato dopo lunga assenza in zona e ospite del generoso e molto tonterello Edgar, Heathcliff si prende una bella fetta di vendetta iniziale sposando la slavata Isabella (Alison Oliver), sorella del lord, la via più diretta per ferire Catherine e sfogare qualche istinto perverso, perché va bene l’amore sfregiato ma costringere la neomogliettina a camminare carponi col guinzaglio è da sadici. Se poi Isabella godicchia un bel po’ a subire le angherie morbose del bonazzo Heathcliff che non le garantisce affetto ma buone dosi di sesso, siamo alle “Cinquanta sfumature di grigio”. Su un livello, per fortuna, cinematograficamente molto, molto più elevato.



Emerald Fennel evoca benissimo i turbamenti di Catherine e la sua vertigine desiderante di ragazza sensualizzando la scivolosità dell’albume d’uovo, le mani di una serva che impastano affondando nel morbido, fino alla copula altrui spiata in compagnia di Heathcliff. Insomma, si gioca pesante e quando a Catherine vien voglia di masturbarsi en plein air, la camera non si tira indietro. Sorvoliamo poi su altri particolari che “costruiscono” un clima e preparano l’unione adulterina degli amanti una volta diventati più grandicelli. La regista ha sospeso la storia in un altrove per renderla più assoluta, tra i pavimenti rossi di casa Linton, l’enorme camino tempestato dal calco di mille mani bianche, la stanza di Catherine con le pareti tinte di rosa a imitarne la carnagione, efelidi comprese. Peccato che l’eccesso formale rimpinzando lo sguardo rischi di mangiarsi l’amour fou. Peggio ancora è quando l’estetismo non si arresta davanti alla morte, vedi l’inquadratura dall’alto di Catherine defunta con un’effusione di sangue che sembra nera seta o, giusto all’inizio, i mugolii fuori campo somiglianti all’audio di un hardcore mentre - lo scorgiamo subito dopo - è il disperato ansimare di un impiccato che succhia le ultime bave d’aria da sotto il cappuccio. Segue erezione di prammatica, ci mancherebbe. Amore e morte etc etc. Il fottersene mercantile di qualsiasi morale dell’atto registico lascia proprio una brutta sensazione.



Pure in questo “Cime tempestose”, inseribile per certi versi nel filone del cinema nobilmente attento al décor accanto a “Povere creature” di Lanthymos e a quasi tutto Wes Anderson, Fennel si è occupata della sceneggiatura e ha co-prodotto con Margot Robbie, probabilmente l’unica vera diva universale in circolazione insieme a Emma Stone. Il filmone targato Warner Bros, che distribuisce, guida con 8 milioni le classifiche degli incassi nostrani davanti a “Le cose non dette” di Gabriele Muccino a quota 6 e mezzo (due coppie in vacanza a Tangeri più un’amante segreta: ben girato, suspense, dialoghi imbarazzanti e ovvie urla secondo menu della ditta). È costato 80 milioni e ne ha incassati nel mondo 150, sotto il profilo economico Emerald Fennel ha avuto ragione. Noticina di merito per Charlotte Mellington, radiosa Catherine bambina e l’Heathcliff ragazzino di Owen Cooper, qualcuno lo ricorderà eccellente protagonista della serie “Adolescence”.






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