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di
MASSIMO CECCONI
alla NEWSLETTER di foglieviaggi
Brasile, 1977. In apertura, un cartello segnala che stiamo per assistere a una storia bizzarra.
Marcelo (nome di copertura) da San Paolo si sta recando in auto a Recife per ricongiungersi al figlio Fernando affidato ai nonni dopo la morte della madre.
Sulla strada, incappa in una pattuglia di polizia che, incurante di un cadavere coperto da un foglio di cartone, gli chiede un obolo per non vessarlo.
Siamo negli anni della dittatura militare e, anche se nelle immagini i militari non compaiono mai, si avverte il clima pesante di quell’epoca travagliata.
Lo stesso Marcelo, docente universitario di un certo prestigio, è in fuga dalle angherie di un industriale malavitoso con cui era venuto a diverbio, che gli ha messo alle calcagna due sicari per eliminarlo.
A Recife impazza il carnevale, i titoli dei giornali riportano la notizia che già si sono verificate 91 morti.
Per le strade un fiume umano di persone festanti esorcizza a modo suo miserie, paure e tristezze.
Marcelo, grazie a una organizzazione umanitaria che resiste al regime totalitario, trova rifugio presso l’abitazione di Dona Sebastiana, un curioso personaggio che dedica la sua vita a aiutare le persone bisognose.
Nel tempo necessario per predisporre i documenti per l’espatrio di Marcelo e il figlio, l’uomo trova un lavoro di copertura presso un ufficio dell’anagrafe dove ha modo di conoscere il dottor Euclides, potente capo della polizia locale.
In un clima esacerbato dalla caccia ai dissidenti, dove corruzione e prepotenza la fanno da padroni, si assiste alle malefatte della polizia e all’impunità dei delinquenti che spesso sono conniventi con il potere.
Fa da metaforico corollario all’intera vicenda narrata la presenza di una gamba umana ritrovata nelle fauci di uno squalo che la polizia vuole fare scomparire a tutti i costi.
Delazioni, tradimenti, inseguimenti e sparatorie rappresentano il lato persino banale della realtà.
Con “L’agente segreto”, Kleber Mendonça Filho, regista e sceneggiatore, offre una testimonianza cruda e attendibile del clima di quegli anni in Brasile, senza sottrarsi agli eccessi della banalità del male e persino a elucubrazioni oniriche.
I 160 minuti di proiezione scorrono senza intoppi, raccontando un’umanità provata dalle difficoltà della vita ma non esattamente rassegnata a sopportare tutto. Con Osvaldo Soriano verrebbe da dire: ”Mai più pene né oblio”…
Accanto a straordinari comprimari, nel ruolo del protagonista Wagner Moura si muove con sapiente partecipazione e misura al punto che la sua recitazione gli ha valso il premio quale miglior attore al Festival di Cannes 2025.
Merita una citazione la presenza nel cast di Udo Kier (nelle vesti di un sarto ebreo sopravvissuto all’Olocausto), attore tedesco morto nel novembre scorso, presente anche in vari film di quello che fu il “Nuovo cinema tedesco” (Schroeter, Fassbinder).
Il film, ora in corsa per l’Oscar quale miglior film straniero in rappresentanza del Brasile, ha già comunque ottenuto il premio per la regia allo stesso festival francese.
Nelle scene finali, Fernando ormai adulto sostiene di non avere particolari ricordi del padre ma di avere memoria della sua ossessione infantile per il film “Lo squalo”.
E tra le tante citazioni cinematografiche compare anche il manifesto brasiliano del film “Pasqualino Settebellezze” di Lina Wertmüller, oltre al brano “Guerra e pace, pollo e brace” di Ennio Morricone, tratto dalla colonna sonora del film “Grazie zia” di Salvatore Samperi.
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