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di
MASSIMO CECCONI
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Questa è una recensione che si rifiuta di essere tale. Non è possibile descrivere a parole - e forse neppure corretto - un film così potente come “La voce di Hind Rajab”, vincitore del Leone d’argento Gran premio della Giuria a Venezia.
Il film va solo visto, con tutta la sofferenza e lo strazio che comporta l’udire la voce di una bambina di cinque anni che, sempre più flebile, chiede inutilmente ragione di quello che le sta accadendo.
La realtà è talmente sconvolgente che suscita indignazione, rabbia, impotenza, orrore e persino rancore per tutto ciò che sta avvenendo a opera di Israele nella striscia di Gaza, senza minimamente dimenticare, perché è impossibile farlo, ciò che è accaduto il 7 ottobre 2023 per opera di Hamas.
Si tratta solo di aggiungere strazio allo strazio, dove la civiltà umana tocca uno dei suoi punti più infimi e scellerati.
Il forte impatto drammatico del film si gioca tutto intorno alla voce dominante di una bambina alla quale altre voci lontane cercano di offrire conforto, in attesa che la burocrazia di guerra consenta un impossibile intervento ai soccorritori di quella voce.
Tutto condotto nello spazio claustrofobico di un call center umanitario, dove si sommano lo stress e l’impotenza degli operatori agli scenari di una guerra indicibile, “La voce di Hind Rajab” affronta con lucida narrazione il calvario di una popolazione a cui nessuno riesce a dare tregua.
La regia dell’autrice tunisina Kaouther Ben Hania e la recitazione dei suoi interpreti restituiscono senza compiacimento alcuno la tragedia di un popolo, che sembra non avere mai fine.
La decisione di vedere questo film deve essere certo consapevole per la valanga di emotività che suscita, ma appare altrettanto necessaria per comprendere quello che sta accadendo in quella parte del mondo, senza alibi o fraintendimenti, senza retorica o rimozione.
La miglior recensione di “La voce di Hind Rajab” è la sua visione.
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