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di
MASSIMO CECCONI
alla NEWSLETTER di foglieviaggi
Epifania di un racconto doloroso dove il dolore lo si avverte, presente, acuto e subdolo, nei corridoi e nelle stanze di un ospedale.
Siamo nella civilissima Svizzera dove rispetto, pulizia e ordine sembrano ancora essere dei valori profondi, anche se probabilmente le cose non stanno esattamente così nemmeno in quel paese.
In un grande ospedale cantonale di lingua tedesca, Floria si accinge ad affrontare il suo turno notturno di infermiera in un reparto che ospita pazienti in grave rischio di vita.
Donne e uomini, per lo più anziani, che si ritrovano in un letto di ospedale in attesa di un temuto verdetto sul loro stato di salute.
L’ambiente si presenta asettico, ben organizzato, dotato di macchinari moderni ed efficienti, peccato però che il turno notturno sia garantito solo da due infermiere con l’ausilio impacciato di una tirocinante. In reparto i medici sembrano non essere disponibili, impegnati in sala operatoria o in altre mansioni.
Floria, per soddisfare le giuste richieste di un anziano paziente, arriva a rincorrere una dottoressa sulle scale, ottenendo un rifiuto di attenzione e persino un rimbrotto da superiore a sottoposta.
L’infermiera si muove in reparto con grande professionalità, gestisce un numero consistente di pazienti ognuno con la propria umanità e con la propria patologia.
Arriva a intonare un canto insieme a una anziana signora che sembra avere perso lucidità e senso della realtà, rincuora un anziano ospite che, non riuscendo a ottenere la visita di un medico, fugge dal reparto non senza prima aver lasciato sul letto un messaggio per Floria, l’unica persona che lo ha assistito con solerte umanità.
Floria è empatica, comprensiva, competente. Si rammarica di non poter avere una soluzione immediata per tutti i problemi che si presentano nel corso della nottata.
Nell’eccessiva convulsione delle sue mansioni commette anche qualche errore che però non comporta conclusioni irreversibili. La sua pazienza, persino eccessiva in alcuni frangenti, conosce un unico scatto di rabbia quando un paziente scontroso e scortese, vantando i diritti della sua ricca assicurazione sanitaria, la rimprovera per una lieve mancanza, ma anche questa parentesi amara viene risolta con una riconciliazione che rispetta l’emotività delle persone coinvolte.
“L’ultimo turno” è un film doloroso dove il dolore fisico si accompagna a quello dello spirito, lasciando spazio alle emozioni, agli affetti, ma anche al disagio e al malessere.
Film laico e notturno, non solo per l’ambientazione, è interpretato con grande sensibilità da Leonie Benesch, una giovane attrice tedesca che ha già fornito ottime prove di sé, che utilizza la sua naturale emotività per disegnare una figura ricca di sfumature e di contraddizioni.
La sua Floria rappresenta l’elogio del dovere e della moralità applicati a una delle professioni più a rischio d’estinzione, lasciando per altro sullo sfondo le vicende più personali.
Alla fine del turno, sale su un autobus per tornarsene a casa. Un’ altra notte è finita, un altro turno attende dietro l’angolo.
Diretto con discrezione e rispetto da Petra Volpe, il film è stato presentato all’ultimo Festival di Berlino e rappresenterà la Svizzera agli Oscar 2026, nella categoria dei film internazionali.
In un cartello finale si ricorda che in Svizzera nel 2030 mancheranno 30000 infermieri specializzati, essendo questo lavoro considerato troppo gravoso e troppo logorante, con una prospettiva che rischia di mettere in ginocchio i servizi sanitari di quell’ efficiente paese.
Al di là del motivato pessimismo, non osiamo pensare cosa possa accadere nel nostro paese.
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