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CIVIL WAR
SECESSIONE U.S.A.
I BALCANI
NEL MISSOURI

di FABRIZIO FUNTÒ

Un’ipotesi. Gli Stati Uniti d’America non sono più “Uniti”, ma divisi a metà. Una parte contro l’altra armata. Mi direte che questa non è una ipotesi, ma è la realtà che verificheremo a novembre, quando gli americani si recheranno alle urne per scegliere (scegliere?) il loro nuovo presidente. Trump o l’altro. Il delinquente contro il deficiente (come dice il NYT). L’ipotesi è che le due nazioni non si parlino più, ma inizino a spararsi. Che è ciò che gli americani sanno fare meglio. A parole già lo fanno, ma se poi lo facessero anche nella realtà? Se ci fosse una secessione? Il regista Alex Garland mette in scena, con terrificante realismo, quello che gli americani non vorrebbero mai vedere, e che invece sta diventando una ipotesi plausibile. La guerra in casa. I Balcani nel Missouri. Gaza del Colorado.



Gli statunitensi si ripetono spesso alcuni mantra per convincersi a crederci. Slogan che allucinano le menti. “Siamo la terra dei Liberi”, “La Nazione delle Grandi Opportunità per tutti”, “Il sogno Americano”, “Un popolo, una Nazione”. Ma non è più così. Probabilmente non lo è mai stato. E Garland lo mette in scena, lo fa “vivere” ― bombardando lo spettatore di proiettili, granate, traccianti, cingoli di blindati. Come a dire: era questo che volevate, quando avete iniziato a dividervi e a riconoscere nel vostro vicino (che non la pensa esattamente come voi) un vostro nemico? Da qui prende le mosse Civil War. E, come nella migliore tradizione cinematografica nordamericana, ci racconta una storia piccola, un episodio determinato e limitato, lo estrapola e lo fa diventare emblematico di tutta una situazione complessiva. Lo trasforma in metafora.



L’episodio in questione è quello di due giornalisti esperti che decidono di andare ad intervistare l’ultimo Presidente ancora in carica, il POTUS che diventa la meta simbolica del loro viaggio. Partendo dalla fazione opposta, i due giornalisti Lee Cullen (nella realtà si chiamava Lee Miller, la fotografa vera che ha ispirato il regista, ed è interpretata da Kirsten Dunst) e Joel (interpretato da Wagner Moura), si devono recare a Washington D.C., per fare “L’ultima intervista”. Ai due si aggregano altri due giornalisti, con ruoli opposti: Sammy (Stephen McKinley Henderson), un anziano obeso nero che però la sa più lunga di tutti quanti, e figura come la voce dell’esperienza e del giornalismo vecchio stile, e l’inizianda Jessie (Cailee Spaeny), che a nostro parere costituisce il fulcro del film, il punto nodale. I quattro salgono sulla vettura marcata “Press” ed iniziano il viaggio assurdo, irreale.



È lo stesso viaggio che conduceva il capitano Benjamin Willard, in “Apocalypse Now”, alla ricerca del famigerato colonnello Walter Kurtz, ma non per intervistarlo. O che, anni dopo, obbligherà il capitano John Miller ad andare a recuperare, con il suo plotoncino, l’ultimo dei quattro fratelli in “Salvate il soldato Ryan”. Solo che, mentre nei primi due viaggi la meta costituisce anche il premio, in questa variante di Garland il viaggio è il film stesso. Il viaggio costituisce il senso, il significato della storia. E non il viaggio reale, esteriore, quello che porta i nostri quattro protagonisti a cercare di raggiungere una Casa Bianca al centro del ciclone della Guerra Civile, ma il viaggio di Jesse, la giovanissima fotoreporter di guerra che deve imparare a vivere nel turbine dei giorni che ci aspettano - con l’unico, vero, possibile atteggiamento di una giornalista, ed in particolare di una fotoreporter: l’indifferenza.



Questa è la vera meta del film. E questo è il messaggio, in negativo, mandato dal regista tanto ai suoi concittadini nordamericani quanto ai cittadini di un mondo che sta scivolando, silenziosamente e inopinatamente, verso il conflitto armato. Un mondo che non si parla più se non attraverso le armi. Come siamo arrivati a questo? Anche qui, Civil War marca una differenza con la tradizione cinematografica hollywoodiana. Non c’è spiegazione. Non c’è un vero perché. Non vi è alcuna idea, né ideologia, né tantomeno un diritto da far valere contro le argomentazioni altrui. Non vi è spiegazione, né interpretazione. Non serve più. È l’atteggiamento cui la giovane Jesse si deve adeguare. È il viaggio interiore del film. E noi la vediamo, Jesse, sotto i duri ma corretti insegnamenti della sua istitutrice Lee, da lei amata e odiata, abbandonare le proprie passioni, l’empatia per gli altri esseri umani, il coinvolgimento emozionale e la compassione per gli altri.



Al centro di situazioni drammatiche che prova in prima persona, a costo di rimetterci la pella, per fare bene il suo lavoro deve raggiungere una sorta di “atarassia”, uno stato di “sospensione del giudizio”: una visione estatica ed indifferente, un mondo visto dall’altra parte del vetro dell’acquario, dove voraci piranha si sbranano gli uni con gli altri. E si combattono senza neppure parteggiare necessariamente per l’una o per l’altra fazione, ma nel caos del tutti contro tutti, ognuno a modo suo. Così è diventata la vera anima profonda dell’America? Solo al termine dell’iniziazione Jesse diventa come Lee, diventa il suo doppio, la sua apprendista, che alla fine supererà la maestra.



Non mi attardo sui tanti micro-episodi di cui il viaggio si compone. Perché quelli non sono altro che lo specchio del viaggio interiore della nostra giovane eroina. Ma noi? Ci dovremmo anche noi rispecchiare nella visione “giornalistica” del mondo, che ci propone Garland mentre scrive la sua sceneggiatura nel chiuso del suo appartamento a causa del Covid, in preda a ansie e paure per come crescono, proprio grazie al Covid, le fratture e i contrasti fra vax e no-vax, fra complottisti e realisti, fra sovranisti d’assalto (ricordiamo tutti il 6 gennaio) che si accingono a imporre una dittatura della stupidità e dell’incultura, e disarmanti intellettuali democratici che continuano a ripetere stancamente vecchi mantra oramai evaporati nella realtà?



Il problema è proprio l’atarassia, l’indifferenza, la rinuncia a comprendere, ma anche la rinuncia a fare quel passo in avanti che comporta l’assunzione piena delle proprie responsabilità e il passaggio dall’inedia alla lotta. Accendiamo il televisore e ascoltiamo delle migliaia di morti di Gaza, con la triste separazione numerica fra donne, bambini, combattenti, giornalisti. Cambiamo canale e ci troviamo in Ucraina, con la stessa contabilità. A migliaia. E cosa possiamo fare? Come smuoverci dal divano e fare qualcosa di utile? E se rimaniamo passivi dietro il vetro dell’acquario teleconnesso, non siamo forse complici di un mondo che sta andando alla rovina? Il giornalista, preso ad emblema del vivere contemporaneo, non sta con nessuno. Non prende parte. Ora si appoggia agli uni, per documentare cosa stanno facendo e come vivono, ora si appoggia agli altri, per documentare dal campo avverso come si vive e cosa si fa. Ma senza dare ragione o torto a nessuno.



Ora, il nostro problema è forse “documentare”? E comprendere che per documentare bisogna diventare impassibili ed indifferenti? O non è forse una altro? Quanti capiranno, in Usa, il sottotesto del film? Quanti qui da noi? Quanti si fermeranno a contemplare anche loro l’orrore delle scene, l’orrore di vedere il proprio vicino di casa armarsi e puntare la canna del suo fucile contro la nostra finestra? C’è chi dice no? Ma questo non è il problema di Garland. È il nostro.

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