Piccola
immensa chitarra
e Segovia
fu il suo profeta
Un viaggio nell’origine della chitarra moderna, tra determinazione e rivoluzione
Ci sono figure che diventano leggenda prima ancora di essere comprese. Nomi che attraversano il tempo come simboli, ma che finiscono per essere schiacciati da ciò che rappresentano più che da ciò che sono stati davvero. Andrés Segovia è uno di questi: un’icona per il grande pubblico, un riferimento ingombrante per i chitarristi, un personaggio che tutti credono di conoscere. Eppure, per capire il suo ruolo nella storia della musica, bisogna tornare all’inizio del Novecento e guardare la chitarra per ciò che era allora: uno strumento marginale nei circuiti accademici, pur se molto diffuso. È da lì che bisogna partire per comprendere la sfida di un uomo che ha deciso di trasformare radicalmente la percezione di un mezzo espressivo, portandolo oltre i propri limiti.
All’inizio del secolo scorso, la chitarra non godeva di alcun prestigio nei grandi teatri. La tradizione del flamenco e quella popolare ne avevano già esplorato la forza e il carattere, ma la sua era una voce confinata, lontana anni luce dalla considerazione riservata al pianoforte o al violino. In questo scenario, un giovane andaluso decise qualcosa di inaudito: nobilitare l'identità della chitarra, trasformandola in una voce solista capace di reggere l'architettura di un intero concerto classico.
Non fu un compito semplice e Segovia non cercò scorciatoie. La sua determinazione era imperiosa, supportata da una personalità che non ammetteva repliche. Il suo rigore didattico divenne celebre, mosso dall'idea che chiunque imbracciasse lo strumento dovesse esserne all'altezza morale e tecnica. Si racconta che, dopo ripetute correzioni sull’uso del pollice, suggerì a un allievo di tagliarselo; salvo poi raggiungerlo al bar poco dopo per precisare, con la sua tagliente ironia, di averci ripensato: meglio non tagliarlo, per evitare che ne crescesse uno ancora peggiore. Dietro queste spigolosità si celava una missione: imporre al mondo la chitarra come una disciplina di assoluto impegno intellettuale.
Per riuscire nell'impresa, Segovia dovette costruire un’estetica nuova, quasi da architetto del suono. Poiché la musica per chitarra era scarsa, convinse i grandi compositori del tempo - come Ponce, Villa‑Lobos o Castelnuovo‑Tedesco - a scrivere per lui, spesso intervenendo personalmente sulle partiture. La sua visione era quella che Igor Stravinsky avrebbe più tardi riassunto in una definizione folgorante: la chitarra come “un’orchestra vista dal cannocchiale al contrario”. Piccola nelle dimensioni, ma immensa nella varietà dei colori: suoni metallici, dolci, nasali o profondi capaci di evocare un intero organico sinfonico tra sei corde.
Questa ricerca lo portò inevitabilmente a stretto contatto con i grandi liutai. Dopo gli inizi con una modesta chitarra di Benito Ferrer, il primo vero salto avvenne a Madrid quando conobbe Manuel Ramírez, il più illustre esponente di una dinastia che stava definendo le proporzioni della chitarra moderna. Ramírez, colpito dal talento del giovane, gli affidò uno dei suoi migliori strumenti, un gesto che legò per sempre il nome della bottega madrilena alla carriera del Maestro.
Fu però l'incontro con il catalano Miguel Llobet a segnare una svolta decisiva. Llobet era l’allievo prediletto di Francisco Tárrega, il grande innovatore che tra fine Ottocento e inizio Novecento aveva rivoluzionato la tecnica e il repertorio, portando sulla chitarra la musica di Bach e dei classici. Llobet, erede di quella scuola, divenne un ponte fondamentale: fu proprio grazie a lui che il Maestro conobbe il liutaio tedesco Hermann Hauser I. Ne nacque una collaborazione meticolosa che culminò, nel 1937, nella creazione di quello che poi definì lo strumento “perfetto”.
È affascinante notare come la determinazione di Segovia si sia mossa in un clima culturale di totale rinnovamento. Negli stessi decenni in cui lui imponeva la chitarra classica nei templi della musica colta, altri artisti stavano scardinando i linguaggi popolari. I Beatles, pur appartenendo a una generazione successiva e operando in un contesto diverso, condividevano con Segovia la stessa ostinazione nel voler trasformare radicalmente la percezione della musica.
Entrambi, pur nella loro distanza stilistica, sono stati figli di un’epoca in cui si credeva che il linguaggio musicale potesse e dovesse cambiare pelle. Mentre i “favolosi quattro” portavano la canzone in territori inesplorati, Segovia ridefiniva il destino di uno strumento moderno ma ancora sottovalutato, portandolo dalla marginalità alla luce dei palcoscenici mondiali. È la determinazione di chi non accetta i limiti: l’idea che credere che qualcosa possa diventare altro sia il primo motore di ogni vera rivoluzione.
Nel 1981, ormai al termine della sua lunga carriera, la Spagna riconobbe ufficialmente il ruolo epocale di Segovia: il re Juan Carlos I lo insignì del titolo di Marchese di Salobreña. Dopo la sua morte, le chitarre che lo hanno accompagnato per tutta la vita sono state donate al Metropolitan Museum di New York, dove oggi rappresentano una parte preziosa della collezione dedicata agli strumenti storici.
Oggi molti guardano a Segovia con distanza, ma giudicarlo con le orecchie del presente significa perdere il senso della sua opera. Segovia non è un modello da imitare pedissequamente; Segovia è un’origine. La sua storia ci insegna che ogni vera trasformazione nasce dallo stesso gesto: il coraggio di sostenere il peso di un'idea finché il mondo non impara ad ascoltarla.
Per chi volesse osservare il suo legame quasi simbiotico con lo strumento, esiste un prezioso documento: un documentario RAI del 1972, dove il Maestro racconta la sua filosofia.
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