A ogni mosca
il suo parabrezza
quando Peter Gabriel
e i Genesis
si separarono
Formidabili quegli anni? Prendiamone uno: il 1974. Si dimette Nixon travolto dallo scandalo Watergate, Portogallo e Grecia si liberano di regimi oppressivi e autoritari, Rubik consegna il suo test di intelligenza tascabile (prima IA?) a chi perderà mente e polsi a ruotare le facce del suo cubo. In compenso in Italia la bomba (non quella paradossalmente salvifica di Gregory Corso, ma quella vera) devasta Piazza della Loggia a Brescia e il treno Italicus, mentre vince il NO all’abrogazione della legge sul Divorzio. E fermiamoci qui, che basta e avanza.
Anzi no, diciamone ancora una: a novembre esce “The Lamb Lies Down on Broadway”, sesto album in studio dei Genesis, ultimo con la presenza del loro indiscusso (ma al loro interno mica tanto) capo carismatico: Peter Gabriel.
Direte voi: e che c’azzecca? Ora, a parte l’amara considerazione alla quale dovremmo prima o poi abituarci, e cioè che “tutto” c’azzecca con “tutto” sempre, io credo che nulla più di questo elefantiaco doppio album d’addio si presti a chiudere quell’anno così intenso e davvero formidabile nel suo senso etimologico oltre che consuetudinario. Perché quest’album parla di paura metropolitana, di smarrimento, di rabbia, di poesia e di sesso, di voglia di nuovo, di librarsi e di catene che te lo impediscono, di malattia, di pandemia, di morte, parla di una presenza-guida impersonale come un pronome “IT” (più o meno dieci anni prima di Stephen King) che dice tutto e niente e non sai se ti ci devi affidare o scappartene il più lontano possibile e in cui forse, come nella “Nube purpurea” di Shiel, è stato già deciso tutto.
Momento. Intanto “The Lamb” (così spesso abbreviato quel titolo lubricamente allitterante) è un album “concept”, cioè in cui una storia regge tutte le varie canzoni. Solo che qui la storia forse bene bene bene non era chiara neanche a Gabriel stesso. C‘è un ragazzo portoricano (Rael, anagramma di real) che esce dalla metropolitana di New York, a Broadway ha la visione di un agnello disteso e viene investito da una coltre di fumo che poi si solidifica in un muro (vi dice niente? Chiedetelo a Roger Waters cinque anni dopo) che lo trasporta in un’altra dimensione sotterranea dove fa gli incontri più strani (le lamie, Lilywhite Lilith, gli Slippermen, i Carpet Crawlers…) e tenta di salvare (ma da che?) suo fratello John che poi si rivela essere lo stesso Rael fino a soccombere totalmente a IT, la nube impersonale come un pronome che…
Non ci avete capito niente? E allora andate a leggervi l’avventuroso e poderoso booklet (a cura di Armando Gallo, autorità in materia Genesis) che accompagnava, rendendola purtroppo ancora più ipertrofica, l’edizione italiana dell’album: 6 facciate che non sai nemmeno come aprirle (metà fogli sparsi, metà foderine per i vinili ma che però hanno già le loro foderine originali) fitte fitte di carattere macchina da scrivere corpo minuscolo in cui si racconta tutta la storia (con l’aiuto dello stesso Peter, sempre premuroso verso l’Italia, primo paese che ha davvero amato i Genesis) cercando di “darle un senso”, con tutto quel che segue secondo Vasco, e di tradurre i testi.
Sta di fatto che l’album è un capolavoro di fantasia, di gusto musicale, di interpretazione, di ricerca (c’è di mezzo anche Brian Eno). Sta di fatto che è un culmine creativo mai più raggiunto (inutile citare i brani significativi, lo sono tutti). Sta di fatto che nella sua visionarietà pre-post nucleare è risultato più comprensibile “dopo” che al momento. Sta di fatto che è tangibile l’allontanamento progressivo del leader-folletto Gabriel (non a caso ormai sovrastato da maschere, travestimenti, trucchi) da un gruppo che già aveva in mente una svolta più tranquilla, più “easy-money”, e i cui sguardi sgomenti (che non impediscono prestazioni straordinarie) si percepiscono anche dal semplice ascolto: sguardi che dicevano “si vabbè ma mo’ basta, non ci stiamo più, prego accomodarsi fuori Peter”, ché Phil Collins è pronto a cantare con la tua voce e ad alzarsi progressivamente dalla batteria (metafora agghiacciante, I know what I don’t like, visto quello che poi lo aspettava), Tony Banks sarebbe un dio pure in una serata di liscio (con tutto il rispetto), Steve Hackett ormai l’assolo di” Firth of Fifth” lo aveva già partorito e sarebbe bastato fino ad oggi, Mike Rutherford avrebbe continuato a intrecciare sofisticate linee armoniche pure nelle canzonette a venire (che questo erano). E poi tanto Peter non vedeva l’ora (com’è l’adagio napoletano? “Giorgio se ne vo’ ì e ‘o vescovo ‘o vò mannà”) e ce lo venne a ricordare anche a Sanremo, anni dopo.
Però un punto da tenere più a mente c’è, pure per far quadrare tutto questo discorso che se no diventa peggio della storia di Rael. Quasi all’inizio c’è un brano, “Fly on a windshield” (Mosca su un parabrezza), in cui il protagonista prima di essere investito dal muro di nebbia solidificata prova ancora la voglia di librarsi – come poteva averla un ragazzo del 1974 che ancora aveva coscienza degli anni formidabili appena passati e già sapeva cosa stavano per diventare ora che anche Peter se n’è andato e che il rock ‘n roll è diventato “knock and know-all” (chiacchiere, saccenza, derisione) – ma come una mosca “waiting for the windshield on the freeway” (in attesa del parabrezza sull’autostrada, o su qualunque altra strada: a ogni mosca il suo parabrezza, e ce ne sarebbero stati oh quanti!).
Ascoltatelo questo brano celeste e ascoltate al minuto 1.10 questa presaga melopea quasigregoriana:
Dice: che c’azzecca? C’azzecca.
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