Esiste davvero la “montagna di Roma”? Per decenni è stato definito così il Terminillo, poi gli sciatori sono migrati in direzione dell’Abruzzo. Il Monte Gorzano, affacciato su Amatrice, è la vetta più alta del Lazio ma non è mai stato etichettato in questo modo. Gli alpinisti dell’Urbe e dintorni, da sempre, si sentono a casa sul Gran Sasso.
Per chi preferisce i sentieri l’onore tocca a una cima di 1271 metri di quota, che si lascia ammirare dal Gianicolo e da altri belvedere cittadini. Parliamo del Monte Gennaro, una vetta – è bene chiarirlo subito – che con il Santo di Napoli non c’entra. Il Gennaro di oggi è il Mons Januarius degli antichi, la vetta sacra a Giano, il dio delle partenze e degli arrivi.
Certo, se si guarda alla quota, questa cima inserita nel Parco regionale dei Monti Lucretili è più piccola di altre montagne sacre come l’Ararat, l’Olimpo, il Fujiyama o il Kangchenjunga. Ma quando ci si avvicina a Guidonia, a Palombara Sabina o a Tivoli, o si imbocca la A24 verso l’Aquila, la sua mole diventa davvero imponente.
L’uomo, sul Monte Gennaro, ha lasciato dei segni sorprendenti. Sui pascoli del Pratone, a mille metri di quota, gli archeologi hanno riportato alla luce le tracce (raschiatoi, punte di freccia, chopper) lasciate da cacciatori preistorici. Vacche e cavalli al pascolo brado, insieme ai fontanili di Campitello, ricordano che quassù, da millenni, vivono e lavorano allevatori e pastori.
Non mancano memorie più illustri. Nei pressi di Licenza, poco a est del Gennaro, un ombroso bosco di querce circonda le rovine della villa che Mecenate, proverbiale benefattore romano, donò al poeta Quinto Orazio Flacco, arrivato nell’Urbe dalla Puglia. “Fauno veloce lascia spesso il Liceo / per l’ameno Lucretile e difende / ognora le mie pecore dal fuoco / dell’estate e dal vento procelloso” scrisse il poeta nei Carmina.
Il Pratone, tra il Cinque e il Seicento, ha visto le esplorazioni botaniche di Federico Cesi, principe di Monticelli (l’odierna e vicina Monte Celio), che fondò nel 1603 l’Accademia dei Lincei, il più illustre cenacolo della cultura italiana.
“Su questo monte quale varietà di piante! Quale incantevole fioritura verso la fine di maggio! Che copiose scaturigini di limpidissime acque!” ha annotato nel 1628 uno dei suoi compagni di escursioni, Giovanni (o Johann) Faber, un medico nato a Bamberga, in Baviera.
“Nulla è paragonabile per bellezza alle linee dell’orizzonte romano, alla dolce inclinazione dei piani, ai contorni soavi e sfuggenti delle montagne che lo delimitano” ha scritto nel 1804 François-René de Chateaubriand, diplomatico e scrittore francese, dopo aver percorso la campagna ai piedi della nostra montagna.
L’uomo moderno, va detto, non ha sempre voluto bene al Gennaro. Affacciandosi dalla cima verso Roma si scopre un grappolo di orribili antenne, utilizzate da molte radio private del Lazio. Anni fa la Regione aveva pensato di sostituirla con una sola, alta ottanta metri. Un ecomostro di cui, per fortuna, si sono perse le tracce.
Sotto alle antenne, degli edifici in rovina, di ferro e cemento ma con pericolose coperture in amianto, segnalano l’arrivo di una traballante “cestovia” costruita nel 1967 e in completo abbandono da decenni.
In una logica altoatesina, tirolese o svizzera l’impianto, che sale da Palombara Sabina, sarebbe potuto essere un’alternativa alle strade. Invece di collegarlo ai sentieri, invece, i promotori hanno pensato a delle piste da sci di plastica, da installare dopo avere spazzato via carpini e lecci.
Guardando dalla vetta del Gennaro verso sud, in direzione di San Polo dei Cavalieri e del Monte Morra, non si vedono le due strade aperte negli anni Sessanta sul massiccio. Avrebbero dovuto formare un anello, ed essere affiancate da decine di villini. Lo stop alla strada, negli anni Settanta, è stato il primo segno che il vento sull’Appennino aveva iniziato a cambiare. Il Parco, che è nato nel 1989, non fa molto ma c’è, ed evita interventi distruttivi.
I due tracciati, per anni, hanno portato ad alta quota i cacciatori, che sparavano ad allodole e tordi lasciando sulle pietraie e sui prati un variopinto tappeto di bossoli. Prima di Natale arrivavano dei misteriosi furgoni targati Napoli, i cui occupanti facevano man bassa dei meravigliosi agrifogli della zona.
Il fascino del Monte Gennaro, però, è sopravvissuto allo scempio. Dalla fine delle strade, basta caricarsi lo zaino sulle spalle e partire. Poi, un passo dopo l’altro, si scoprono angoli di bellezza e magìa. Il sentiero più battuto, che inizia da Prato Favale, traversa le pietraie della Valle Cavalera, circondate da faggi bizzarri e contorti.
Si esce dal bosco sulla distesa verde del Pratone, con il triangolo della vetta del Gennaro sullo sfondo. Più in alto emozionano i giganteschi agrifogli che si alzano accanto al sentiero, sagome primordiali che invitano a fotografare e sognare. Sui fazzoletti d’erba intorno alla cima, a maggio, fioriscono bianchissimi i narcisi.
Chi sceglie il sentiero della Scarpellata, preferito da chi si vuole allenare, traversa gli uliveti di Marcellina, e sale a lungo nella boscaglia incontrando e vacche al pascolo. Poi supera un tratto scavato secoli fa nella roccia e raggiunge le pietraie sommitali accanto ai torrioni rocciosi dei Bammocci. Completano l’elenco dei percorsi più amati il sentiero dei 25 tornanti, da Palombara, e quello che sale dalla Villa di Ovidio a Campitello.
Qualunque itinerario si scelga, l’uscita sul pianoro della cima è improvvisa. Una torretta di pietra, sormontata da una croce, costringe a salire per un altro paio di metri, su gradini di ferro malsicuri, chi vuol lasciare la sua firma sul libro di vetta. Che si affronti o meno quest’ultima breve fatica, il Monte Gennaro è un fantastico belvedere sul mondo.
Guardando dalla cima verso ovest si scoprono le anse del Tevere, il Soratte e la Campagna Romana, e poi l’Urbe al completo, con tanto di Cupolone e Stadio Olimpico. Sullo sfondo, nelle giornate migliori, scintilla luminoso il Tirreno. Dall’altra parte, una catena dopo l’altra, si schiera imponente l’Appennino.
La Maiella che chiude il panorama verso est, il Corno Grande del Gran Sasso, il Velino, il Terminillo affacciato sui borghi della Sabina. Più vicine, una dopo l’altra, compaiono le altre vette dei Lucretili, dal Pellecchia che è il “tetto” della catena, al Morra sulle cui rocce generazioni di arrampicatori romani hanno imparato la loro difficile arte.
Accanto agli escursionisti tranquilli, da qualche anno, sono sempre più numerosi quelli che affrontano il Monte Gennaro di corsa. Anche chi vuole arrivare presto in cima, però, fa bene a concedersi degli sguardi approfonditi e qualche sosta. La natura del Lazio, qualche volta, sa riportare chi la esplora al tempo degli antichi e del Grand Tour